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Estrattivismo e le donne invisibili della psichedelia

Articolo basato sulla riflessione centrale della conferenza "De-colonizzare la Scienza Psichedelica", tenuta dalla Dott.ssa Pierangela Contini durante le Giornate Microdosi & Trasformazione 2025.

La metà del trip che manca

Ogni viaggio ha due metà: quella visibile e quella che sostiene il mistero. La storia della psichedelia non è diversa.

Negli ultimi decenni, il cosiddetto rinascimento psichedelico ha riportato nella conversazione pubblica temi prima proibiti: terapie con psilocibina, microdosi, studi clinici, startups che promettono di "curare la mente". Ma mentre i titoli celebrano i progressi scientifici, molte delle voci che li hanno resi possibili rimangono in silenzio.

Le donne hanno svolto ruoli cruciali, spesso invisibilizzati, nella cura, nell'accompagnamento, nella traduzione e nella preservazione dei saperi psichedelici. Il loro contributo è stato frequentemente omesso nei registri delle "scoperte", un modello che si allinea con una forma di estrattivismo che trasforma l'esperienza viva in dati, i rituali in protocolli e le piante ancestrali in molecole brevettabili.

Nominale non è solo una questione di giustizia storica. È un passo necessario per decolonizzare la coscienza e riconoscere che la conoscenza, anch'essa, può essere una forma di potere.

Cos'è l'estrattivismo epistemologico?

È una forma di dominio sottile in cui un sistema di conoscenza (generalmente quello occidentale/scientifico) si appropria, traduce e decontestualizza saperi, pratiche ed esperienze generate da altre culture (es. popoli indigeni, donne, comunità marginali). La conoscenza viene estratta, reinterpretata, validata solo attraverso la lente occidentale e, spesso, mercificata, senza offrire reciprocità né riconoscimento alle sue fonti originali.


Il canone maschile e la cancellazione del femminile

La narrazione storica sulla scienza psichedelica è stata dominata, quasi dai suoi inizi, da voci maschili. Albert Hofmann, Gordon Wasson, Terence McKenna, Aldous Huxley, Timothy Leary, Alexander Shulgin… tutti uomini, tutti celebrati come pionieri di una rivoluzione mentale che, tuttavia, ha ereditato i pregiudizi del colonialismo e del patriarcato.

Per secoli, i saperi associati al femminile — come le pratiche di erboriste, curatrici e guaritrici — sono stati perseguitati. Questa cancellazione ha un precedente storico documentato nella brutale persecuzione della "caccia alle streghe" nell'Europa della prima età moderna, che non fu solo un atto di fanatismo, ma la distruzione sistematica del canone femminile di conoscenza su piante e medicina. Questo controllo sui corpi e le sostanze rimanda al concetto di colonialità, il quale impone un'unica visione del mondo come universale e determina quali conoscenze sono legittime e quali rimangono escluse.

Questa prospettiva ci invita a riconoscere che la colonialità non è solo qualcosa che è stato imposto ad altri continenti, ma un processo che è avvenuto anche dentro le stesse frontiere dell'Occidente. Prima di colonizzare l'America, il sistema egemonico ha colonizzato il proprio passato: la persecuzione delle "streghe" fu l'atto fondativo che spogliò anche le donne del Nord Globale dei loro saperi ancestrali, tagliando il nostro stesso legame spirituale con la terra e convertendo la medicina in un terreno esclusivo del potere maschile.

Le donne psichedeliche incarnano questa resistenza: il corpo come archivio, la parola come medicina e la cura come forma di conoscenza.


Pioniere della conoscenza psichedelica

Un libro antico aperto da cui germogliano radici dorate con silhouette di donna
L''archivio vivo': una saggezza che cresce dalla terra e dalla cura, traboccando i limiti del canone maschile scritto.

Il canone maschile impose un'unica lente, ma le donne psichedeliche conservarono la profondità invisibile: furono memoria viva di una saggezza che la storia volle tacere. Le pioniere che nominiamo di seguito non sono solo nomi dimenticati, ma l'incarnazione di quell'etica che sostenne una storia onesta e complessa in cui scienza, corpo e spirito possono dialogare in uguaglianza.

María Sabina: la saggia mazateca

Nel 1955, María Sabina, curatrice mazateca di Huautla de Jiménez, offrì una veglia con i "bambini santi" ai visitatori Valentina e Gordon Wasson. Quella notte segnò l'inizio dell'incontro tra due mondi: la conoscenza indigena e la curiosità occidentale. Per l'Occidente, fu la "scoperta" della psilocibina. Per la sua comunità, l'inizio di una ferita.

Dopo la visita dei Wasson, la conoscenza di María Sabina fu estratta, commercializzata e reinterpretata, spesso senza il contesto rituale. Per la sua comunità, questo atto significò l'inizio di una violenza coloniale e la rottura del suo tessuto sociale. La diffusione della sua storia risultò in un'invasione del suo territorio da parte di turisti e curiosi, e lei finì per essere ostracizzata dalla sua stessa gente per aver "rivelato il segreto sacro". La sua eredità è una potente testimonianza della necessità di reciprocità e riparazione epistemica, e una denuncia frontale delle conseguenze devastanti dell'estrattivismo culturale e dell'appropriazione di saperi ancestrali senza il dovuto riconoscimento.

Valentina Pavlovna Wasson: la madre dimenticata della micologia psichedelica

Pediatra russa e appassionata di micologia, Valentina Wasson fu la vera promotrice della ricerca dei funghi sacri. Fu lei — e non suo marito — a prendere l'iniziativa di scrivere ai missionari in Messico per localizzarli. Lungi dall'essere una mera accompagnatrice, documentò la propria esperienza nell'articolo "I Ate the Sacred Mushroom", pubblicato in parallelo alla famosa cronaca di suo marito.

La sua intuizione la portò a coniare i concetti di "micofilia" e "micofobia", suggerendo che la paura occidentale dei funghi rifletteva in realtà una paura dell'irrazionale, del femminile e del mistero della natura. Sebbene fosse la penna principale del libro seminale Mushrooms, Russia, and History, dopo la sua morte il suo contributo rimase eclissato dalla figura di Gordon Wasson. Grazie allo sforzo di ricercatrici attuali, oggi si recupera il suo posto come la madre fondatrice della micologia psichedelica occidentale.

Ann Shulgin: la terapeuta dell'anima

Ann Shulgin (1931–2022) visse nel cuore dell'alchimia psichedelica. Insieme a suo marito, Alexander "Sasha" Shulgin, esplorò le possibilità terapeutiche dell'MDMA e di altre fenetilamine, in un'epoca in cui il proibizionismo spingeva queste pratiche nella clandestinità.

Ma il suo apporto non fu chimico, bensì simbolico: Ann creò un linguaggio profondamente femminile per descrivere i viaggi interiori. Parlava di parto, di ombra, di resa. Per lei, il 'trip' era un processo di trasformazione, affermando che "ogni viaggio è un parto" e che la vera guarigione proviene dall'"incontro con l'Ombra". La sua opera (specialmente PiHKAL, scritto con Sasha) portò un linguaggio simbolico centrato sul corpo e la trasformazione, e fu fondamentale per introdurre la conversazione sull'integrazione del processo psichedelico, trascendendo la mera sostanza.

Laura Archera Huxley: la psichedelia relazionale

Violinista, psicologa e scrittrice, Laura Archera Huxley sfidò il destino di essere "la moglie di". Dopo aver sposato Aldous Huxley, divenne la sua compagna di sperimentazione e, in un gesto di amore e consapevolezza, gli somministrò LSD nel 1963 per accompagnarlo "dolcemente nella morte".

Laura difendeva una psichedelia etica e umanistica, orientata alla crescita interiore e alla responsabilità emotiva. Nel suo libro You Are Not the Target propose un modello di autoterapia che combinava scienza e spiritualità, corpo e mente. La sua figura è chiave per aver proposto un approccio psicologico e relazionale nella riflessione psichedelica occidentale, essendo una delle prime voci femminili a farlo.

Illustrazione artistica di una silhouette umana che medita su sfondo scuro, con radici dorate e geometria luminosa al suo interno.
L'autoterapia come alchimia interiore: integrare la struttura della mente con la fluidità dello spirito per guarire il corpo.

Marlene Dobkin de Ríos: l'antropologa dell'ayahuasca

Nata nel Bronx, Marlene Dobkin de Ríos fu una delle prime antropologhe a studiare sistematicamente l'uso tradizionale dell'ayahuasca tra gli Shipibo e i meticci del Perù. Nella sua opera pioniera Visionary Vine (1972), analizzò l'ayahuasca non come una "droga", ma come uno strumento sociale, terapeutico e di conoscenza, inseparabile dal suo contesto culturale.

Più tardi, analizzò l'uso di sostanze nei quartieri poveri degli Stati Uniti. Applicò la sua analisi dell'Amazzonia all'Occidente, capendo che l'uso disfunzionale di sostanze in contesti di povertà era una risposta alla "disuguaglianza strutturale" e non una patologia individuale. La sua posizione era che la sostanza non fosse il problema, ma il contesto sociale che generava quel comportamento. Il suo lavoro spostò il focus dal rituale all'analisi dell'ingiustizia sociale.

Mila Jansen: la Hash Queen

Artista, viaggiatrice e inventrice, Mila Jansen (1944) cambiò per sempre la cultura della cannabis. Dopo aver vissuto in India imparando a elaborare charas in modo artigianale, tornò ad Amsterdam. Fondò la Pollinator Company e inventò il Pollinator, una macchina rivoluzionaria che permetteva di separare i tricomi della pianta di cannabis mediante un metodo meccanico a secco.

Democratizzando l'accesso all'hashish artigianale, divenne un'attivista e pioniera femminista che difese l'uso della cannabis come strumento di libertà e creatività. In un mondo dominato da uomini, Mila introdusse umorismo, intuizione e mestiere. La sua vita è anche un manifesto sul diritto di esplorare senza chiedere permesso.

Mary Barnard: la teobotanica e la poesia

Poetessa ed esperta di mitologia, Mary Barnard (1909–2001) coniò il termine "teobotanica" negli anni '60, definendolo come lo studio delle piante sacre come veicoli per un'esperienza spirituale.

Nel suo saggio The God in the Flowerpot, collegò mitologia, arte e neurochimica molto prima che la scienza psichedelica rinascesse. La sua visione proponeva una forma di conoscenza poetica: la parola come ponte tra il visibile e l'invisibile. La sua profezia del 1963 su come i "teobotanici" avrebbero trasformato le teorie sulle origini della mitologia non è stata smentita.


Il potere del linguaggio: Psichedelico o Enteogeno?

Il linguaggio è una frontiera, ma può anche essere un portale. Per secoli, è servito a gerarchizzare la conoscenza: il razionale sull'intuitivo, lo scientifico sullo spirituale, il maschile sul femminile.

Nell'ambito psichedelico, le parole che usiamo non sono neutre. La parola "psichedelico", coniata da Humphry Osmond nel 1956, deriva dal greco psykhé e dêlos per significare "ciò che manifesta la mente". Questo termine, nato nel mondo anglosassone, riflette già una prospettiva individuale e psichica dell'esperienza.

Come reazione a questa visione, nel 1979, studiosi come Gordon Wasson e Jonathan Ott coniarono il termine "enteogeno", che significa "ciò che genera il divino dentro" e fu concepito per recuperare la dimensione sacra, cerimoniale e comunitaria che l'Occidente aveva ignorato. Scegliere tra l'uno e l'altro è un atto politico.

Per questo, le nuove voci — molte delle quali femminili e decoloniali — stanno reinventando il linguaggio per recuperare il corpo, la cura e il senso di comunità. Adottare un vocabolario più consapevole — come parlare di "apprendimento" invece di "bad trip", o mettere in discussione termini come "salute", "cura o psicosi" — è un atto di interrogare le parole per usarle come strumenti di liberazione.

Un esempio paradigmatico di questa tensione è il concetto di "bad trip". Mentre la medicina clinica lo classifica come un "effetto avverso" o un fallimento del trattamento che deve essere evitato o soppresso, nei contesti rituali e tradizionali questa esperienza difficile viene solitamente intesa come una purga, un confronto con l'ombra o un insegnamento necessario. Ciò che la scienza patologizza come un errore da controllare, le saggezze ancestrali lo integrano come una parte vitale del processo: il dolore non è sempre un sintomo da eliminare, ma a volte una porta da attraversare.

"Nominare è restituire senso; curare, decolonizzare il sapere."

Due silhouette sono collegate da una rete di micelio dorato
Guarire non è dominare, ma vincolare: l'interdipendenza come la vera medicina che sostiene il viaggio.

L'etica della cura come quadro anti-estrattivista

Di fronte a questa logica estrattiva — che prende, classifica e si appropria senza restituire nulla — le femministe Carol Gilligan e Joan Tronto proposero un altro quadro: l'etica della cura.

Questo approccio sostiene che la morale non si basa unicamente sull'autonomia individuale o su regole universali, ma sull'interdipendenza, l'empatia e la responsabilità verso i bisogni degli altri.

Nell'ambito psichedelico, pensare a partire dall'etica della cura implica spostare lo sguardo dall'esperimento alla relazione; dal dato isolato, al corpo e alla comunità; dall'estrazione, alla reciprocità.

A titolo di contrasto, questi principi illustrano quel cambio di paradigma:

Responsabilità relazionale
Comprendere la guarigione come un processo vincolare — con se stessa, con la comunità, con la Terra — e non solo come un fenomeno neurochimico.
Contrasto:
rompe con la visione riduzionista del "trip" come dato o molecola.

Attenzione e reciprocità
Ascoltare le voci emarginate, riconoscere i saperi indigeni e garantire che i benefici ritornino alle loro comunità.
Contrasto: denuncia l'appropriazione culturale di figure come María Sabina o di tradizioni amazzoniche.

Competenza di cura (Caring competence)
Curare il set, il setting e l'integrazione emotiva, proprio come difendeva Ann Shulgin.
Contrasto: si oppone alla logica di "somministrare sostanza = guarigione".

Salute come legame, non come rendimento
Sfidare la visione della salute mentale intesa come mera funzionalità produttiva per abbracciare il benessere come la capacità di "respirare diversamente", di essere presente e di sostenere gli affetti.
Contrasto: mette in discussione il modello capitalista che valuta la guarigione solo se permette di tornare al lavoro, ignorando la dimensione esistenziale.

Questa non è un'astrazione teorica, ma un'urgenza pratica: si traduce in come si progettano oggi gli studi clinici, in chi decide i protocolli di integrazione e nella creazione di spazi clinici meno gerarchici.

Come segnala Tronto, "curare è occuparsi della vita in tutte le sue dimensioni".

L'etica della cura offre, così, un quadro per passare dalla medicina come dominio sul sintomo alla medicina come arte di sostenere il legame.


Verso una psichedelia etica e inclusiva

Recuperare queste voci non solo corregge un'omissione storica; ridefinisce ciò che intendiamo per conoscenza. Nel viaggio psichedelico, l'etica della cura non è la riva del metodo, ma la sua vera radice. Le donne che sostennero la psichedelia ampliarono il possibile e ci ricordarono che la conoscenza non si misura solo in risultati, ma in relazioni: con il corpo, con la terra, con gli altri.

Oggi, collettivi come Chacruna Institute, ICEERS o Women on Psychedelics continuano quell'eredità, reclamando reciprocità, diversità e giustizia nella ricerca psichedelica. La nuova scienza psichedelica sarà veramente rivoluzionaria quando smetterà di guardare dall'alto e inizierà ad ascoltare da dentro. Quando capirà che guarire non è dominare, ma vincolare.

Per far sì che questa rivoluzione sia giusta, è necessario che la pratica quotidiana si basi sulla decolonialità e l'etica della cura. Ciò esige:

  • Rivedere il linguaggio: Nominare è creare. Adottare vocabolari che riconoscano la diversità dei saperi (enteogeno, cerimonia).
  • Praticare l'umiltà culturale: Riconoscere che la verità non è monolitica e che ogni esperienza è situata.
  • Curare l'accesso etico: Garantire che i benefici rafforzino le comunità di origine, non solo le élite e le imprese emergenti del settore psichedelico.

In questo senso, Contini riprende le parole di Ann Shulgin: "Ogni viaggio è un parto". Questa metafora ci ricorda che la nuova scienza psichedelica non può essere solo un progresso tecnico, ma un parto collettivo: un processo lento, fragile e profondo che cerca una conoscenza più giusta.

Perché la vera rivoluzione non sta nella molecola, ma nel legame. Si tratta di tornare al corpo, alla comunità e alla cura affinché la storia sia completa. L'altra metà del trip non è più invisibile; stava solo aspettando che imparassimo ad ascoltarla.


Crediti e provenienza

Questo articolo è un'elaborazione editoriale e un'analisi critica basata sulle idee forza presentate dalla Dott.ssa Pierangela Contini nella sua conferenza "De-colonizzare la Scienza Psichedelica: Riflessioni dal Nord Globale", durante le Giornate Microdosi & Trasformazione 2025.

Nel suo intervento, Contini ha affrontato come la storia della psichedelia riproduca forme di estrattivismo epistemologico: l'appropriazione di saperi ed esperienze senza riconoscerne l'origine. Dal suo sguardo antropologico, l'autrice invita a rivedere chi ha avuto voce in questo campo e chi è stato silenziato. Il contenuto di questo articolo approfondisce queste riflessioni, frutto della sua ricerca e attivismo attorno alla giustizia cognitiva.

Mushverse ringrazia sinceramente per la sua preziosa collaborazione e la profondità delle riflessioni condivise nel suo intervento.

- Categoria : Cultura Psichedelica

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