La biosonificazione fungina: Fare musica con i funghi
- Un po’ di storia: la biosignalizzazione nel XX secolo
- Il cuore del movimento: artisti e progetti chiave
- Pionieri e figure virali
- Integrazione fisica: quando i funghi suonano strumenti
- Installazioni ed esplorazioni concettuali
- Gadget e tecnica: la tecnologia come traduttrice
- I dispositivi di cattura e il processo di sonificazione
- Accessibilità e cultura “Maker”
- Possibilità e portata: oltre la curiosità
- Implicazioni ambientali ed educative
- Studi e applicazioni scientifiche
- Dibattito e scetticismo: arte o rumore?
- La critica scientifica
- Autenticità artistica e filosofica
I funghi non hanno corde vocali né polmoni, ma in qualche modo riescono a fare musica. O meglio, possiamo ascoltare la loro elettricità trasformata in suono. Questa è l’essenza della biosonificazione fungina: convertire le fluttuazioni elettriche naturali dei funghi in note musicali attraverso la tecnologia MIDI.
In questo processo, gli impulsi bioelettrici — piccole variazioni nella conduttività dei loro tessuti o del micelio — vengono tradotti in dati digitali che controllano i sintetizzatori. Il risultato non è una “canzone del fungo”, ma una interpretazione sonora della sua attività biologica. Un ponte tra l’organico e l’elettronico.
Negli ultimi anni, questo fenomeno ha conquistato i social network. Su TikTok e Instagram, milioni di persone hanno scoperto musicisti come Tarun Nayar, creatore del progetto Modern Biology, che collega elettrodi a un fungo ostrica e fa reagire un sintetizzatore modulare al suo ritmo elettrico. Quello che era iniziato come una curiosità scientifica è diventato un movimento artistico globale: un nuovo modo di unire ecologia, scienza e musica elettronica.
Un po’ di storia: la biosignalizzazione nel XX secolo
Cleve Backster, che sosteneva che le piante reagissero ai pensieri e alle emozioni (“percezione vegetale”). Sebbene molti di questi studi manchino del rigore scientifico moderno, gettarono le basi per l’esplorazione della bioelettricità come fonte di dati. Da questa curiosità iniziale, la tecnologia e l’arte hanno raffinato il processo, cercando una collaborazione invece di una lettura mistica.
Il cuore del movimento: artisti e progetti chiave
Pionieri e figure virali
Il nome più noto di questa corrente è Tarun Nayar, biologo e musicista canadese. Il suo progetto Modern Biology combina arte ambientale, improvvisazione elettronica e biologia sperimentale. Nayar utilizza l’energia bioelettrica di funghi e piante per controllare la tonalità e il ritmo dei suoi sintetizzatori, creando brani che sembrano respirare con il micelio.
Un altro riferimento importante è Noah Kalos, meglio conosciuto come MycoLyco. Il suo approccio si allontana dall’ambient per avvicinarsi al trance psichedelico: battiti ritmici e atmosfere ipnotiche generate dal vivo con i segnali elettrici dei funghi viventi. Le sue performance fondono biotecnologia e teatro sonoro, trasformando ogni set in una collaborazione letterale tra uomo e fungo. Artisti come Jo Blankenburg esplorano invece l’integrazione di questi dati biologici con sistemi di Intelligenza Artificiale, creando musica generativa a partire dalla vita fungina.
Integrazione fisica: quando i funghi suonano strumenti
Nel Regno Unito, il collettivo Bionic and The Wires ha portato l’idea ancora più lontano. Il loro sistema traduce i dati MIDI provenienti dai funghi in segnali motori che controllano bracci robotici. Questi bracci suonano strumenti fisici — tastiere, percussioni o chitarre — permettendo ai funghi di “interpretare” brani musicali in tempo reale.
Ciò che sembrava un esperimento eccentrico si è trasformato in un’esperienza performativa: il fungo come direttore invisibile di un’orchestra robotica.
Installazioni ed esplorazioni concettuali
L’artista Eryk Salvaggio, con il suo progetto Worlding, ha esplorato la biosonificazione da una prospettiva più filosofica. In una delle sue installazioni, ha utilizzato un fungo ostrica (Pleurotus ostreatus) collegato a elettrodi mentre veniva illuminato da una lampada. Dopo pochi minuti, le letture mostrarono picchi di voltaggio, come se il fungo “reagisse” alla luce. Non si trattava, ovviamente, di una risposta cosciente, ma di un segnale biologico rilevabile — una sorta di dialogo interspecie tradotto in suono.
Molto prima che i social network rendessero popolare questa tendenza, Mileece, artista e compositrice britannica, lavorava da oltre vent’anni sulla trascrizione sonora dei segnali elettrici delle piante. La sua visione pionieristica ha posto le basi per comprendere la biosonificazione non solo come un esperimento tecnico, ma come un linguaggio poetico tra specie.
Gadget e tecnica: la tecnologia come traduttrice
I dispositivi di cattura e il processo di sonificazione
Oggi chiunque, con un po’ di curiosità, può avvicinarsi alla biosonificazione grazie a dispositivi come PlantWave o PlantsPlay 2, i più popolari in questo campo. Entrambi funzionano con elettrodi o pinze posti sulla superficie del fungo o del micelio.
Questi sensori rilevano le variazioni nella conduttività elettrica, che vengono poi inviate al dispositivo e convertite in dati MIDI. Alcune specie, come il fungo ostrica (Pleurotus ostreatus), sono particolarmente apprezzate per la loro “attività” elettrica, che genera schemi ritmici e variazioni più marcate di quelle delle piante.
In sostanza, il flusso tecnico segue tre fasi:
- Biosignal: il fungo produce una variazione della conduttività elettrica.
- Dispositivo MIDI: l’apparecchio (commerciale o artigianale) riceve il segnale e lo traduce in dati MIDI.
- Sintetizzatore: il modulo sonoro legge i dati MIDI e li converte in audio.
Il fungo produce il segnale, ma l’artista sceglie lo strumento, la scala musicale e gli effetti. È un dialogo creativo: la biologia fornisce la casualità, l’essere umano fornisce il design. Da questa collaborazione nascono paesaggi sonori unici e irripetibili, che vanno dal meditativo all’inquietante.
Accessibilità e cultura “Maker”
Oltre ai dispositivi commerciali come PlantWave o PlantsPlay 2, la biosonificazione è fiorita all’interno della cultura maker (DIY – Do It Yourself). Questo movimento utilizza microcontrollori a basso costo, principalmente Arduino, per replicare ed espandere le funzionalità dei dispositivi di biodati.
Arduino, il cuore del kit fai-da-te
La chiave di questa democratizzazione risiede nel fatto che il segnale bioelettrico di un fungo, opportunamente amplificato, è in sostanza una variazione di conduttività che può essere letta dalla porta analogica di qualsiasi scheda Arduino. Programmatori, biologi e musicisti autodidatti hanno sfruttato questo per creare:
- Schemi e tutorial open source: su piattaforme come Reddit o GitHub, repository specifici (come Biodata Sonification Kits) offrono il codice e l’elenco dei componenti necessari per costruire circuiti di amplificazione, spesso a una frazione del costo di un dispositivo commerciale.
- Scienza partecipativa: la biosonificazione è diventata una pratica di scienza partecipativa, in cui chiunque può studiare la risposta bioelettrica dei propri funghi e contribuire alla conoscenza collettiva.
Software e mappatura creativa
Una volta che l’Arduino cattura le fluttuazioni della conduttività, il passo successivo è inviare questi dati a un ambiente di programmazione. È qui che entra in gioco la cultura hacker musicale, utilizzando software open source e programmazione visuale come PureData (Pd) o Max/MSP. Questi strumenti permettono agli artisti di:
- Personalizzare la mappatura: decidere esattamente quale parametro del fungo controlla quale parametro del suono (ad esempio, un rapido picco di tensione può attivare una grancassa, mentre un cambiamento lento può modulare il tono o la riverberazione).
- Sperimentazione libera: liberare l’arte dalle impostazioni di fabbrica e spingere la sperimentazione sonora oltre i preset delle applicazioni.
Questa accessibilità tecnica è stata fondamentale per trasformare la musica fungina da curiosità di nicchia a movimento artistico DIY con risonanza globale.
Possibilità e portata: oltre la curiosità
Implicazioni ambientali ed educative
Per molti artisti, il valore di questa pratica va oltre lo spettacolo sonoro. La biosonificazione fungina è diventata un modo per riconnettersi con la natura, per ricordare che il micelio è vivo, attivo e parte di un linguaggio biologico che stiamo appena iniziando a comprendere.
In laboratori ed esposizioni, la musica dei funghi viene utilizzata come strumento educativo per spiegare il ruolo cruciale dei funghi negli ecosistemi, la loro funzione nel riciclo dei nutrienti e la loro rete invisibile di comunicazione sotterranea. Ascoltare un fungo “suonare” diventa una metafora uditiva di questa vita nascosta.
Studi e applicazioni scientifiche
Nel campo scientifico, alcuni ricercatori stanno esplorando come il suono e le vibrazioni influenzino la crescita fungina. Esperimenti con specie come Trichoderma harzianum suggeriscono che determinate frequenze possono stimolare la produzione di spore o enzimi.
D’altra parte, la biosonificazione offre un metodo potenziale per studiare la comunicazione bioelettrica all’interno del micelio, aprendo alla possibilità di mappare come le colonie reagiscono a stimoli esterni, come luce, umidità o contatto.
Dibattito e scetticismo: arte o rumore?
La critica scientifica
Non tutti sono convinti. Molti scienziati sottolineano che le fluttuazioni bioelettriche dei funghi sono troppo lente o deboli per generare melodie complesse. Ciò che sentiamo — affermano — potrebbe essere in parte rumore elettrico amplificato o interferenza ambientale.
Tuttavia, gli artisti sostengono che il valore del processo non risieda nella sua purezza scientifica, ma nella mappatura creativa di questi dati in scale musicali. Ciò che la scienza chiama “rumore”, l’arte trasforma in ritmo, texture ed emozione.
Autenticità artistica e filosofica
Esiste anche un dibattito più filosofico: il fungo è il compositore o semplicemente un controllore biologico all’interno di uno strumento umano? Dove inizia e finisce l’autorialità?
Questa domanda risuona con le teorie dell’ecologia profonda e del postumanismo sonoro. Ispirata a figure come Donna Haraway, la forza di questa musica risiede nel decentrare l’autore umano, riconoscendo il fungo come co-creatore organico. È un esercizio di ascolto radicale che sfida le nostre gerarchie musicali e biologiche, suggerendo che l’intelligenza non si limita all’umano.
Più che una moda virale, la biosonificazione fungina è un atto di ascolto. In un’epoca satura di rumore digitale, trasformare l’elettricità di un fungo in musica ci restituisce qualcosa di primordiale: la consapevolezza che il vivente ha un ritmo, che la biologia pulsa e che anche tra le radici della foresta si nasconde una melodia.









